LETTERA APERTA ALLE COMUNITA’ RURALI. Riceviamo e pubblichiamo.

Vi scrivo mentre sto seduto sul “tetto” del nuraghe Orolo.

What? Can you spell it?

Si, Orolo.  O – R – O – L – O. È uno di tanti, tutti dal fascino austero con storie da raccontare. Ognuno con un nome che è già capace di far correre la fantasia. Stando in piedi sul tetto di queste roccaforti, quei luoghi ci hanno animato in sogni più o meno avventurosi e, più grandi, sentendo la storia ai nostri piedi, abbiamo iniziato a ragionare sul futuro.

Erano luoghi, in uno, lontani e inarrivabili, che meritavano di essere esplorati come fossimo piccoli Jones che dovevano scansare non le pallottole ma…. una “carezza” dai genitori se scoprivano il mancato rispetto della consegna dei pomeriggi estivi “…guai a te se ti sposti e vai in giro…”.  E invece era certo che, sistematicamente, provavamo a “spostarci”, sino al primo nuraghe o sino alle vasche e “poggi” del rio dove ci si poteva illudere di essere al mare… o quasi.

Quanti “Orolo” ognuno di noi ha affrontato, per strada, nei cortili, nelle cantine, nelle scuole, nelle vasche e nelle prime emancipazioni. Quante volte abbiamo costruito abilità e idealità insieme, anche nelle relazioni lente e solide della Comunità.

Quanto ci ha dato quel modello e quanto ci ha dato, consapevolmente o meno, quel desiderio di scoperta e di realizzazione?

Credo tanto

Sarà il tempo che passa, oppure il fatto che non riusciamo a metabolizzare, per le nostre nuove generazioni, un sistema sociale che non sviluppa personalità e Comunità. Sarà che vedo tanta solitudine negli occhi dei giovani e tanti, troppi post che sembrano reclame del consumo inconsapevole.

Sarà per cento altri motivi e sensazioni che il mostro pandemia ha solo rafforzato e che la guerra, le guerre, stanno pure loro sviluppando.

Sarà che la deriva globale sta imponendo cambiamenti radicali e potenzialmente irreversibili, per noi, per tutti, che si arriva a pensare che invece c’è una soglia invalicabile che non può essere abbattuta.

Sarà per questo che mi viene voglia di scrivere a chi …non so

A chi so che vede e che vuole fare, e cerca occasioni e compagni di viaggio. A chi sente ma non vede soluzione e tempo per realizzarla. Forse a chi potrebbe ma non fa. E soprattutto a chi aspetta solo l’occasione per fare, anche se esule lontano. Sarà.

Penso all’infanzia, a quanti sono partiti per realizzarsi o per non morire. Penso ad un po’ di mondo visto, a quanto ancora da vedere ed ai viaggi da fare. Penso anche a quanto questo nostro piccolo mondo d’infanzia, potrebbe essere visto e vissuto meglio di come facciamo oggi.

In piedi sul tetto di Orolo, penso e parlo di Futuro

Più in generale penso che questo piccolo rettangolo di terra al centro del Mediterraneo chiamato Sardegna potrebbe molto ma fa poco.

Tantissimo attrae, poco raccoglie.  Penso ai nostri paesi che hanno regalato e stanno regalando al mondo talenti, professionisti, imprenditori, lavoratori, studiosi, intellettuali. Stanno regalando testa e cuore a centinaia di intraprese in ogni continente.

Mentre penso questo mi rincorre la frase che più di tutte mi strazia, che sento ripetere da chi è rimasto e che, paradossalmente, ha goduto più di chi è partito, circa la presunta ineluttabilità del declino, del degrado, della miseria culturale ed economica.

Mi avvinghia e toglie il respiro l’immagine di (pochi) bimbi che giocano ancora nelle vie del paese, che la mente mi fa vedere proiettati con la valigia in mano, prima per studiare e poi, anche loro, per non morire. Vedo altri figli, forse senza valigia di cartone, ma li vedo comunque esuli e migranti.

Il Futuro arriva giorno per giorno

Come possiamo sperare che il Futuro sia meglio se il nostro comportamento è peggio?

È questo il tema più profondo, latente e sottostante, rispetto a quello del degrado dei territori e dello spopolamento dei comuni. Se poi il pensiero si relaziona con quanto, accecati o storditi, realizziamo ogni giorno, magari in ruoli di successo o di gratificazione, lo strazio diventa coma.

Mi astraggo per un attimo dallo sguardo del reale e penso a quale sarà, nei prossimi venti anni, ad un passo dal big bang della “singularity”, la prospettiva di relazioni sociali ed economiche, di qualità e autonomia alimentare e di pensiero, di qualità della vita, del nostro Territorio e della nostra Comunità. 

Global o Glocal

In uno scenario globale e di globalizzazione spinta, il localismo organizzato può (deve) tracciare la linea di confine tra progresso e degrado e la linea di congiunzione tra progresso e utilità sociale che ci piace definire social innovation.

Cosa potrebbe essere “vivere”, nella nostra quotidianità anche distante dal luogo dei ricordi, pensando e realizzando cose che andrebbero anche oltre noi, per la utilità generale, per la collettività.  

Penso che possa dare, che possiamo dare, indipendentemente dal fatto se abbiamo ricevuto.

Perché vi scrivo questo?

Perché il momento in cui possiamo o forse dobbiamo fare qualcosa di ineluttabile è oggi.

Perché siete e siamo, insieme, le persone che possono dare contenuti ed energia al Futuro.

Come gruppo di amiche, amici e appassionati ci siamo (ri)trovati per regalare alle sorti dei nostri Comuni un po’ del nostro tempo, delle relazioni, delle competenze delle quali disponiamo.

Pensiamo che l’ineluttabile non è tale e che non è finita sino a quando non decidiamo che è finita.

A dicembre 2021 abbiamo realizzato la prima convention di “RIABITARE LA SARDEGNA”, sostenuta anche da operatori stranieri, nella quale si realizza la unione tra Comunità locali e Investitori, Innovatori, per la programmazione di attività su interessi generali: un nuovo modello di sviluppo locale ispirato dalla sostenibilità sociale, ambientale, economica e intergenerazionale.

Vi voglio raccontare delle attività in corso e di come il mio sguardo ora è sul Futuro di chi verrà dopo di noi. Stiamo costruendo una alternativa locale rispetto alla globalizzazione ed alla desertificazione di culture e popoli.

Se siete arrivati sin qui nella lettura e se avete voglia, scrivete una lettera abbracciando testa e cuore. Credo che anche voi, come è successo ame, potreste trarne beneficio.

Vi aspetto, in piedi, sul tetto del mondo.

Esule 64

                                                                                                                                       

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