Siamo circondati e pregni di luoghi comuni, “common places” dicono gli inglesi.

Talvolta ci piacciono (sardi gente tosta, tutta d’un pezzo), altre meno. Molto spesso ci rifugiamo in essi e qualche volta li usiamo pure per giustificarci (è tutto un magna magna, non si può fare nulla senza la politica).

I luoghi comuni sono idee generali, valori, giudizi diffusi e sostanzialmente acquisiti in un ampio consesso, forse anche condivisi anche se non sempre in modo consapevole.

Nella banalizzazione ed ovvietà, almeno apparentemente confermata dall’evidenza e dalla ripetitività delle narrazioni, sta la loro forza che tende a preservare, nascondendola, l’influenza dei (dis)valori e delle credenze di base che li hanno generati.

La potenza devastante del luogo comune sta allora nel fatto che è un assunto che quasi non deve essere citato, che è stato già acquisito e che si alimenta della nostra stessa credenza o acquiescenza.

Lo si può lasciare sempre sullo sfondo del nostro dire e del nostro fare, perché è scontato o, viceversa, lo si può esaltare senza necessità di fornire argomenti e riprove, impegnando gli altri alla dimostrazione del contrario. La cosiddetta “probatio diabolica”, dicevano i latini.

E proprio li sta il problema. Il luogo comune si trasforma in ostacolo alla formazione di volontà, di determinazione, di costruzione di futuro su abilità e sistema valoriale.

Sardegna Terra di Mezzo, d’arte e di passioni

Anche il luogo comune “Sardegna uguale Maldive, ma con più pastori e contadini” ci aiuta a riflettere ed interrogarci. Anche perché a noi una terra abitata e vissuta anche da pastori e contadini non dispiace, anzi.

Il “tanto è inutile”, “queste cose le fanno altri” sono limite o, meglio, limitazione. A dirla tutta, sono autolimitazione, figlia di credenza e di una recidiva indisponibilità a superare limiti fisici (l’isola) e antropologici (l’isolamento, anche voluto) che costringe all’elemosina ed all’emigrazione.

Allora il luogo comune e la limitazione al fare che su di esso si fonda, è il primo oggetto da rimuovere. La indeterminatezza e inconcludenza del non fare, giustificato da luoghi comuni e rassegnazione, è il problema.

Crediamo in una Sardegna diversa, nella quale le spiagge e la calca agostana sono un “di cui” di una terra ricca di cultura, di incontro, d’arte e di passioni.

Riabitare la Sardegna

Il mondo è cambiato, noi siamo cambiati. Abbiamo generazioni intere di esuli e di residenti, di amici che sono diventati sardi per scelta di vita oltre che di lavoro, che si stanno dando da fare. Centinaia di persone, in ogni Comunità, hanno abbattuto i luoghi comuni e si relazionano col mondo senza sudditanza, con radici salde e sguardo al futuro.

A loro, oggi, va il nostro apprezzamento e sostegno. Siate generosi di idee e impegno., di ispirazione per altri che stanno arrivando.

Ad esempio, CHI ha detto che il DESIGN sta solo a MILANO?

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