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È nata per caso, alla fine di due giorni di lavoro impegnativi, in uno dei luoghi rurali nei quali ci impegniamo a costruire futuro, in uno stazzo montano (quelli “da consiglio d’amministrazione”, quelli dove entrano solo i graditi), una dissertazione sullo stato delle cose e sulla sapienza come condizione caratterizzante il genere umano. “E noi sardi, per nascita o per scelta” ha aggiunto una  dei presenti, citandomi.

La chiacchera si è sviluppata  intima e intensa. Voci e suoni che sembravano venir su dalla Terra con un mix di sardo-inglese, allegande cun cumpanzos e istranzos ispantados, con bassu e contra che hanno creato l’armonia sulla quale ognuno si è sentito boche.

“A me piacciono gli anfratti bui delle osterie dormienti, dove la gente culmina nell’eccesso del canto,

a me piacciono le cose bestemmiate e leggere, e i calici di vino profondi, dove la mente esulta, livello di magico pensiero.”

Alda Merini

Ho visto molti rispecchiarsi, guardando in faccia la fatica e la speranza. E la chiacchera si è evoluta ben presto sul tema sapienza delle nostre Comunità, di ieri e di oggi.

Sapiens

Sapiens è il termine latino per “sapiente”. I Sapiens dovrebbero distinguersi per le capacità cognitive, differenti ed evolute rispetto agli antenati come l’uomo di Neanderthal. Homo sapiens, quindi, indica che la nostra specie è caratterizzata da un alto grado di intelligenza e consapevolezza. Dovremmo essere quindi parte senziente del sistema natura, dovremmo essere quelli consapevoli. Siamo una Comunità che si è chiesta chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Siamo sapiens?

Ed è a questo punto che le dissertazioni hanno virato in maniera più decisa su terreni estremamente impervi. È stato un continuo prendere parola e portare vita vissuta, a testimoniare cosa si sarebbe potuto fare, cosa si potrebbe fare, cosa non si riesce a fare. Anche qui, una delle ospiti ha saettato, impegnando tutti a capire il “few, mad and disunited” che eravamo abituati a sentire in lingua spagnola “pocos, locos y mal unidos”.

Follia

Riconosciamo in ciascuno di noi un pizzico di quel “mad”, che non è “crazy”, e sta piuttosto per “follia”, quasi a richiamare una follia sana, quella della costanza, della perseveranza, della testarda resilienza, dell’indomita voglia di non soccombere.  

Sarà per questo, forse, che in Sardegna si praticava, come rito di coraggio, l’ingestione del lattice della sardonica, che provocava la contrazione dei muscoli a generare un riso amaro espressione beffarda di un sarcasmo sprezzante. Questo è il senso delle maschere espressione del riso sardonico.

Dopo la dissertazione sulla follia, altro tintinnare di calici, ed è stato immediato salire ancora di livello, accendendo luci di prospettiva.

Siamo romantici e folli perché interpretiamo il nuovo registro delle opportunità e del fare. Quello che sconfigge la lagnanza, l’indolenza e la mandronia della cicala”.

BS 1879

La mandronia della cicala. Pare il titolo di un racconto. Pare però essere la cifra distintiva di tanti.

In alto i cuori, allora. Presenti per la costruzione di futuro, sapendo cosa non va. Ci troviamo attorno all’ardimento del fare, nel trovare il piacere rivoluzionario del segnare la Presenza nelle nostre Comunità, con le ricerca e la pratica della Sapienza.

Enigmi

Come folgorato, grato per ciò che stavo ascoltando, è tornata alla memoria una frase che mi è stata detta da persona cara, pozzo di sapienza, qualche decennio fa, quando non ero minimante in grado di farla mia: “Siamo enigmi da risolvere, izzu meu. Siamo un Popolo di irrisolti, che ha perso la via”.

Mi parlava di presenza e di stato di felicità… Ma erano gli anni ’80 del secolo scorso, gli anni della Milano da bere e degli yuppie di San Babila. Ed io, come tanti, ero inebriato dall’idea di essere parte del mondo dei vincenti, andando altrove.

Felicità

Tziu JuanneCarule mi parlava di una felicità laboriosa, che sentita oggi contrasta la narrazione nefasta e perdente dello spopolamento e dell’ineluttabile non lavoro. E io che pensavo che la felicità fosse una cosa da rincorrere, da traguardare, da comprare.

Quella narrazione, per me allora incomprensibile, contrastava anche l’estremo opposto, quello alimentato dalla comoda medicina dell’assistenza, del panem et circenses (Giovenale, poeta satirico romano, criticava la politica di governo del consenso popolare ottenuto distribuendo cibo (pane) e intrattenendo le masse con giochi e spettacolo). La felicità laboriosa è il controcanto rispetto alla lagnanza della dipendenza che oggi alimenta la mandronia delle cicale. Quella dipendenza che ha portato migliaia di cervelli all’ammasso.

Vi invito al centro del mio cuore. Prego, fermatevi un attimo a parlare con me della felicità. Quella di oggi, quella sconosciuta”.

BS 1879

C’è chi ha scritto che la felicità non esiste, esiste solo il desiderio di raggiungerla. Il Bhutan (Stato) è famoso per la sua filosofia della Felicità Interna Lorda (FIL), un indice introdotto negli anni ’70 per misurare il progresso del Paese attraverso un equilibrio tra benessere materiale e spirituale. Nella costituzione degli Stati Uniti il presidente Jefferson introdusse il diritto alla ricerca della felicità.

E noi?

Per Aristotele, la felicità è un fare, un’attività continua e virtuosa, è una pratica che alimenta un bene superiore. È il  fine ultimo dell’esistenza umana, raggiunto attraverso l’esercizio della virtù e dell’esercizio della ragione. E per virtù si alimenta di quelle dianoetiche (intellettuali), legate alla ragione e alla sapienza. La felicità allora non è uno stato di piacere momentaneo, ma un’attività continua e virtuosa. Un fare che richiede condizioni esterne e condivise.

Qui sta l’essenza più intima  del pensiero e dell’azione che ci anima. I Progetti di Sviluppo Locale che sosteniamo e pratichiamo, sono per noi strumenti per scrivere destini, per generare e sostenere i quattro pilastri esterni alla pratica della felicità. Una certa condizione di salute fisica e mentale, una certa condizione finanziaria, l’essere presente a sé stessi in quanto Comunità che condivide l’idea di futuro.

Questi sono i primi tre, sui quali le pratiche e capacità individuali diventano forza di Popolo se Ragione, Consapevolezza e Sapienza si fondono.

E il quarto? Don’t lose hope. Non perdere la Speranza. Già, perché per noi il quarto è dato proprio dalla speranza e volontà di realizzarci, come Persone e come parte di Comunità, nel costruire Futuro. Perché il Futuro e generato dalla Felicità laboriosa di oggi. Né l’uno né l’altro troveranno possibilità di residenza nelle grandi metropoli e nell’altrove.

Allora per questo, nonostante tutto e nonostante tanti, lavoriamo a costruire un posto felice chiamato Sardinia. Un  posto fatto di posti piccoli e felici, Paesi e luoghi che consentono di risiedere, di trovarsi, di innovare, di fare. Lavoriamo per dire che si possono raccontare e fare cose felici, che non fanno rumore, così come non fa rumore il crescere di un bosco rispetto all’albero che cade. Siamo grati a tutte le Comunità che sono li a provarci e a costruire laboriose felicità.

Ad maiora

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PS. Seguiteci per le prossime date e inaugurazioni di luoghi felici.

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