Conversazione sul futuro delle Comunità che non vogliono arrendersi

Un racconto di vita in 5 minuti di lettura

Ci sono giornate lavorative che iniziano come tante altre e che, senza che te ne accorga, finiscono per segnare forte mente e cuore, sin dentro l’anima. Non per una frase particolare, non per una decisione presa o per un risultato raggiunto. Ti restano addosso perché, per qualche ora, ti fanno vedere con più chiarezza ciò che hai nel cuore da sempre.

Una cena attesa dagli ospiti come appuntamento annuale. Alcuni sardi, una decina di amici europei, altri inglesi. È un appuntamento ricorrente in agro di Sardegna, quando si consuntiva l’anno fiscale della company UK. Tra selezione di sapori ormai d’eccellenza e di racconti di chi trascorre parte di vita nell’Isola, una atmosfera rilassata parlando del futuro della Sardegna in maniera aperta, fidandosi uno dell’altro.

Oltre ai numeri ed ai piani di lavoro, abbiamo parlato del nostro impegno per Riabitare la Sardegna. Così che parliamo di Comunità, di innovazione, di economia sostenibile. Continuiamo a credere che questa terra possa diventare un luogo nel quale tornare, restare e costruire. Mentre si parlava, sentivo anche tutta la fatica di questa speranza.

Perché amare la Sardegna significa convivere con una ferita. Significa salutare amici che partono non per scelta e per crescere, come è giusto, ma per obbligo. Vedere famiglie divise. Ascoltare genitori che ti chiedono, quasi sottovoce: «Cosa possiamo fare perché i nostri figli abbiano un futuro qui?.

Non ho mai una risposta semplice. Ma teniamo botta e lavoriamo per realizzarla. L’altra sera, però, sono stati gli ospiti a confermarmi qualcosa che noi Sardi facciamo fatica a riconoscere. Perché sottovalutiamo che molte Comunità europee si sentono profondamente vicine al nostro modo di vivere.

Cercano ciò che noi possediamo ancora: relazioni vere, appartenenza, tempo condiviso, vicinanza tra le persone, un legame profondo con i luoghi. Non guardano alla Sardegna come a una periferia d’Europa. Guardano alla Sardegna come a una possibile risposta. Noi temiamo di essere rimasti indietro. Loro vedono nella Sardegna una possibilità di futuro.

Questa loro consapevolezza continua a colpirci, a stordirci e poi ad animarci.

Perché troppo spesso immaginiamo che economia e progresso siano in conflitto con la nostra identità. Invece potrebbe essere vero il contrario. L’economia e l’innovazione possono aiutarci a proteggere ciò che siamo e a renderlo più forte. Le nostre radici non sono catene. Sono ciò che ci permette di guardare al mare aperto senza paura di perderci. E chi ci ama non mente:

Avete una grande storia. Ma la storia, da sola, non basta. Dovete-dobbiamo trasformarla in fiducia, lavoro e opportunità. Dovete superare governi, burocrazie e procedure lente, strutture lontane dalle persone e progetti incapaci di coinvolgere davvero Comunità ed economia. Dovete smettere di aspettare che qualcuno venga a salvarvi. O a dare elemosine e sussidi. L’economia, i processi innovativi e sostenibili sono alla portata, con tanti alleati pronti a fare la loro parte.

Il problema è anche nostro. Questa frase mi pesa. Ma sento che è vera. Riguarda chi governa la Sardegna, ma anche chi la abita. Riguarda le nostre paure, le nostre rinunce e la facilità con cui, qualche volta, ci convinciamo che nulla possa cambiare. O che deleghiamo al cambiamento chi non è in grado neanche di intuire cosa accade nel mondo.

Parliamo di tante emergenze, discutiamo di tanti problemi, ma troppo raramente affrontiamo quello che forse è il più doloroso: l’energia, il talento e i sogni che ogni anno lasciano l’isola.

Intanto migliaia di sardi continuano a partire. Partono dopo aver studiato, lavorato e fatto sacrifici. Non partono perché amano meno questa terra. Spesso partono proprio perché la amano troppo per accettare di sopravvivere senza una prospettiva. E quasi nessuno parla davvero di loro.

Gli amici inglesi ci hanno raccontato dei sardi incontrati all’estero. Persone stimate, rispettate, capaci di costruire fiducia ovunque. Ci hanno detto che sono loro, spesso, a far nascere negli altri il desiderio di conoscere la Sardegna.

In quel momento ho abbassato lo sguardo. Ho pensato agli amici lontani. A chi mi dice che tornerebbe domani, se potesse. A chi ha smesso di dirlo perché fa troppo male. A chi vorrebbe scegliere la Sardegna e viene respinto da una burocrazia che sembra costruita per rimandare, scoraggiare, consumare ogni entusiasmo. Mi sono chiesto quante persone abbiamo già perduto. E quante possiamo ancora far tornare.

Ma nonostante tutto, nonostante noi, ancora una volta abbiamo suggellato un patto di volontà e di azione. Un altro anno di progetti, di intraprese, di lavoro duro.

Poi la serata è diventata più leggera. Abbiamo riso, bevuto e cantato. Il repertorio è consolidato, tra Nanneddu e Procurade. Un po’ di più rispetto a Non potho reposare.

A quel punto una amica cresciuta nella City e sarda per scelta, presenza passionale del gruppo, si è alzata e ha scritto sulla lavagna quattro lettere: YNWA.

Gli ospiti hanno preso al volo il tema, noi un po’ meno. Vedendoci spaesati ci ha chiesto se seguiamo il calcio, se conoscessimo gli stati del Liverpool, del Borussia Dortmund, del Celtic.

Poi ha iniziato a intonare You’ll Never Walk Alone.

Se avete voglia, guardate questo video per capire quanto ci siamo sentiti una piccola parte di un grande progetto che ci pervade e andrà oltre noi.

“When you walk through a storm, hold your head up high. And don’t be afraid of the dark…” Quando cammini attraverso una tempesta Mantieni la testa alta E non avere paura del buio

Qualcuno ha riconosciuto immediatamente la melodia.

“Walk on, walk on, with hope in your heart…” Continua a camminare con la speranza nel cuore

E poi il ritornello che è molto più di una canzone, molto più di un inno sportivo: è una promessa tra esseri umani.

“You’ll never walk alone.” Non camminerai-camminerete mai da soli. Non camminerai mai da sola.

All’improvviso eravamo tutti lì, a cantare. Alcuni conoscevano ogni parola, altri soltanto il ritornello. Io forse meno di tutti. Ma non importava. Ci siamo uniti al coro e al dondolio in cerchio abbracciati. Abbiamo cantato pensando a chi è partito. A chi è rimasto. A chi vuole tornare. A chi ha scelto la Sardegna pur non essendoci nato. A tutte le persone che stanno lavorando sodo per costruire futuro, spesso in silenzio e quasi sempre controvento.

Mi si è chiusa la gola. Perché quella canzone, in quella stanza, non parlava più di calcio. Parlava di noi.

Perché in quel momento nessuno stava davvero cantando una canzone. Stavamo raccontando una Comunità. Stavamo immaginando una Sardegna capace di credere in sé stessa, di relazionarsi in una dimensione internazionale, di richiamare i propri figli, di accogliere chi sceglie di viverla, di trasformare il talento diffuso in progetto collettivo.

Stavamo ricordandoci che nessun cambiamento nasce dalla solitudine. E forse è proprio questa la lezione più importante di quella sera.

Riabitare la Sardegna non significa soltanto riportare persone nei luoghi. Significa ricostruire fiducia. Significa ritrovare il coraggio di immaginare un futuro comune. Significa guardarsi negli occhi e riconoscere che, nonostante le difficoltà, nonostante gli errori, nonostante le occasioni perdute, esiste ancora una straordinaria possibilità.

Forse è questo il senso più profondo di quelle quattro lettere lasciate su una lavagna alla fine di una serata tra amici. Avere radici profonde. Avere il coraggio del mare aperto.

Abbiamo radici abbastanza forti per aprirci al mondo. Abbiamo una storia abbastanza grande per non avere paura del progresso. Abbiamo persone capaci di costruire il futuro. Dobbiamo soltanto crederci. E poi agire.

Quella sera, mentre cantavamo (…male) e ci guardavamo sorridendo, ho sentito che non eravamo più soltanto sardi, inglesi o europei. Eravamo una Comunità in Sardegna.

Riabitare la Sardegna comincia proprio così: da qualcuno che trova il coraggio di fare, di aprire la strada, di accendere la luce per renderla evidente. E da qualcun altro che decide di credergli e da tante persone che scelgono di mettersi in cammino insieme.

E sapere che, per quanto impervia possa essere la strada da percorrere, non cammineremo mai da soli.

 

 

 

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Ad maiora

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